Aprile a varsavia

Tre giorni ancora insieme a lei,

solo altri tre giorni e poi

di nuovo tre mesi di lontananza.

Ed eccomi qui,

seduto su una panchina

in un parco lungo la Vistola;

di fronte ad un laghetto artificiale

e su, più in alto, davanti a me,

« stare miasto », la città vecchia,

con la cattedrale, le sue vie strette

e i suoi vecchi palazzi colorati

con i tetti a spigolo e le tegole rosse.

Alle mie spalle invece, oltre il fiume,

la parte nuova della città,

con i suoi edifici alti, grossi,

tutti uguali; enormi alveari

con celle di due stanze e cucina.

Ed io ancora qui,

a lasciar passare il tempo,

nell’attesa di rivederla ancora.

Chissà perché questa primavera

tarda ad arrivare; è come se

il freddo vento del nord

ricacciasse nei rami i germogli

che ormai non possono più attendere;

è lì, la si sente nell’aria,

la primavera, nei prati verdi,

nel canto degli uccelli,

nei cuori di vecchi e bambini

che giocano e passeggiano insieme;

eppure, ieri la grandine

e l’altrieri la neve

avevano di nuovo imbiancato ogni cosa…

Piangere? E perché?

Non si usa piangere quando si è felici,

quando i propri sogni,

le proprie speranze,

si stanno finalmente realizzando.

O forse sento dentro di me

che non ne sono degno,

che non merito tutto ciò.

Anche se so che per averlo,

per realizzarlo, ho lottato,

ho sudato, ho pianto, ho imprecato,

ho supplicato, ed ora?

Ora lei ha deciso:

è pronta a rischiare con me,

è pronta a lasciare famiglia, amici,

lavoro, abitudini, costumi, lingua

e a ricominciare da capo.

Una nuova vita l’attende,

una vita che lei non riesce a capire

e che io non ho saputo,

o non ho voluto, spiegarle.

Eppure

ho la coscienza a posto,

sono tranquillo,

non le ho fatto false promesse,

niente iniqui giuramenti,

niente meschine illusioni.

Solo una cosa le ho detto,

l’unica cosa di cui

ero e sono veramente sicuro,

una cosa che non mi stanco

mai di ripetere

a lei ed a me stesso:

l’amo, l’amo, l’amo!

E poi che importa!

Due pazzi come noi,

che ancora non parlano la stessa lingua,

che sfidano la politica dei due « blocchi »

e che sono riusciti a volersi bene

nonostante tutte le difficoltà,

avranno pure il diritto

di compiere l’ennesima follia

e di sposarsi,

senza nemmeno rifletterci troppo sopra.

Ah, come è strana la vita!

Chi l’avrebbe mai detto,

che mi sarei trovato in questa situazione.

Ancora non riesco a credere

a me che me ne vado a zonzo

per le vie di questa città,

da solo, anche di notte,

con in mano solo una mappa stradale

e dei biglietti per il tram…

Oggi forse

mi chiederà ancora

della mia famiglia,

dei miei amici,

se la accetteranno,

se non dovrà sentirsi sempre

sola ed emarginata,

ed io continuerò a ripeterle

di non preoccuparsi,

che conosco abbastanza bene

i miei amici ed i miei

per sapere che sarà la benvoluta tra noi…

Ma porca miseria,

che freddo che fa!

Sarà perché sono qui immobile

da un’ora, ormai,

ma le mie dita ed il naso sono congelati;

eppure quì la gente

passeggia normalmente, i bambini giocano

ed io ringrazio solo che

il mio dente del « giudizio »

si mantenga ancora calmo:

ormai è ora di… metterlo.