Sartu’ alla Napoletana

Il riso, considerato in Campania quasi un ripiego, adatto agli stomaci deboli, è accettato, anzi conquista il posto d’onore al centro ci tavola, sul magnifico vassoio d’argento decorato, il francese « surtout » per l’appunto, soltanto quando si traveste da sontuso sartù. Fu nel ‘700 che si adottò anche in Italia il servizio alla francese (entrato per la prima volta alla corte medicea di Cosimo consorte di Margherita Luisa D’Orleans: poca vivanda, in molte portate, il « surtout » fu collocato al centro della tavola. Questa abitudine fu presto introdotta a Napoli dai « monsù » i monsieurs, cuochi gallici che empiricamente divulgarono con punti le loro leggi transalpine. Preparare il sartu’ è un lavoro lungo ed elaborato, una complicata architettura che presuppone un giusto equilibrio degli in ingredienti, affinché il risultato appaia una delicata armonia di menti complici, che conservino la propria individualità senza subire alcuna sorta di tirannia.  Continuer la lecture de « Sartu’ alla Napoletana »

Roccoco’

Ingredienti

Farina kg 1 – zucchero gr. 700 – bucce di agrumi grattuggiate (3 mandarini – 1 arancia – 1 limone) – nocciole e mandorle 400 gr. – acqua gr. 300 – cannella 1 cucchiaio raso – ammoniaca in polvere per dolci 1 cucchiaino da caffe’ – 1 bianco d’uvo.  Continuer la lecture de « Roccoco’ »

W la differenza !

Ho ricevuto via e-mail da un mio amico sacerdote di Genova, don Goffredo Sciubba, il racconto che segue. L’ho trovato carino, forse e’ un po’ lungo, ma esprime bene quel che avevo intenzione di dire questa settimana. In fondo, la Storia ci sta insegnando che forse c’e’ ancora speranza, sempreche’ non si nascondano le diversita’, ma anzi si valorizzino e si dialoghi a partire da esse.
Questa mi sembra la piccola verita’ insegnataci dalla recente crisi irachena. Grazie a don Goffredo, e … a Kofi Annan. Continuer la lecture de « W la differenza ! »

Aprile a varsavia

Tre giorni ancora insieme a lei,

solo altri tre giorni e poi

di nuovo tre mesi di lontananza.

Ed eccomi qui,

seduto su una panchina

in un parco lungo la Vistola;

di fronte ad un laghetto artificiale

e su, più in alto, davanti a me,

« stare miasto », la città vecchia,

con la cattedrale, le sue vie strette

e i suoi vecchi palazzi colorati

con i tetti a spigolo e le tegole rosse.

Alle mie spalle invece, oltre il fiume,

la parte nuova della città,

con i suoi edifici alti, grossi,

tutti uguali; enormi alveari

con celle di due stanze e cucina.

Ed io ancora qui,

a lasciar passare il tempo,

nell’attesa di rivederla ancora.

Chissà perché questa primavera

tarda ad arrivare; è come se

il freddo vento del nord

ricacciasse nei rami i germogli

che ormai non possono più attendere;

è lì, la si sente nell’aria,

la primavera, nei prati verdi,

nel canto degli uccelli,

nei cuori di vecchi e bambini

che giocano e passeggiano insieme;

eppure, ieri la grandine

e l’altrieri la neve

avevano di nuovo imbiancato ogni cosa…

Piangere? E perché?

Non si usa piangere quando si è felici,

quando i propri sogni,

le proprie speranze,

si stanno finalmente realizzando.

O forse sento dentro di me

che non ne sono degno,

che non merito tutto ciò.

Anche se so che per averlo,

per realizzarlo, ho lottato,

ho sudato, ho pianto, ho imprecato,

ho supplicato, ed ora?

Ora lei ha deciso:

è pronta a rischiare con me,

è pronta a lasciare famiglia, amici,

lavoro, abitudini, costumi, lingua

e a ricominciare da capo.

Una nuova vita l’attende,

una vita che lei non riesce a capire

e che io non ho saputo,

o non ho voluto, spiegarle.

Eppure

ho la coscienza a posto,

sono tranquillo,

non le ho fatto false promesse,

niente iniqui giuramenti,

niente meschine illusioni.

Solo una cosa le ho detto,

l’unica cosa di cui

ero e sono veramente sicuro,

una cosa che non mi stanco

mai di ripetere

a lei ed a me stesso:

l’amo, l’amo, l’amo!

E poi che importa!

Due pazzi come noi,

che ancora non parlano la stessa lingua,

che sfidano la politica dei due « blocchi »

e che sono riusciti a volersi bene

nonostante tutte le difficoltà,

avranno pure il diritto

di compiere l’ennesima follia

e di sposarsi,

senza nemmeno rifletterci troppo sopra.

Ah, come è strana la vita!

Chi l’avrebbe mai detto,

che mi sarei trovato in questa situazione.

Ancora non riesco a credere

a me che me ne vado a zonzo

per le vie di questa città,

da solo, anche di notte,

con in mano solo una mappa stradale

e dei biglietti per il tram…

Oggi forse

mi chiederà ancora

della mia famiglia,

dei miei amici,

se la accetteranno,

se non dovrà sentirsi sempre

sola ed emarginata,

ed io continuerò a ripeterle

di non preoccuparsi,

che conosco abbastanza bene

i miei amici ed i miei

per sapere che sarà la benvoluta tra noi…

Ma porca miseria,

che freddo che fa!

Sarà perché sono qui immobile

da un’ora, ormai,

ma le mie dita ed il naso sono congelati;

eppure quì la gente

passeggia normalmente, i bambini giocano

ed io ringrazio solo che

il mio dente del « giudizio »

si mantenga ancora calmo:

ormai è ora di… metterlo.

Ultimo incontro

« Sei pazza »

« Anche tu sei pazzo »

« Già, ma cos’è la pazzia? »

« Pazzia non è amare »

« Si, ma io mi domando:

tu mi hai donato spassionatamente

amicizia, amore, esperienza e…

pazzia, appunto, ma

io cosa ti ho dato ? »

« Una visione completamente diversa

di ciò che significa amare

e in più mi hai dato

uno dei tuoi anni migliori,

forse un giorno te ne pentirai »

« No, non sentiamo ‘Dimentica dimentica’,

metti il retro, stasera… ‘Ti amo’;

vieni fra le mie braccia

e asciugati gli occhi

che il trucco ti cola sul viso »

« Anch’io ti amo… addio ».

Socialismo biondo

Era l’estate di « Humprey »,

era la mia estate, dopo tre anni.

Sembravano due campeggiatrici crucche,

e invece venivano dall’est,

da oltre cortina.

La pioggia torrenziale

e l’approccio con l’inglese,

furono i soli problemi

di quel pomeriggio a Rimini,

e per saluto una dolce promessa:

« We’ll meet us again, at Napoli »…

Tornai a casa con una tenue speranza

e un mattino mi svegliò il telefono…

Al racconto delle loro disavventure

mi sentii offeso di essere italiano.

Intanto ero cicerone nella mia città:

« Angioino man »… »Egg’s castle »…

« look at the sea ! ».

Pranzammo a casa mia,

tra lo stupore dei miei:

« test eggs with Provola »…

« for us coffe is a God ».

Poi la spensieratezza di quel sabato sera.

Chalet, pub e infine a ballare.

Disco-music, Martini: « I could love in you »,

ma lei mi rispose… in polacco!

E poi ancora una pizza

e il nostro scoglio del « Lido del pino »,

la luna nuova, il rumore della risacca

e una birra: « I would dead here »,

e lei: « now?… »

L’addio fu pieno di rimpianti,

ma anche di consapevolezza.

Era l’estate di « Humprey », purtroppo.

Era stata la tua estate, Mariolina!