Il mistero di israele

Dopo un mese, una nuova nota. In mezzo, la Settimana Santa e tre settimane di noiosi problemi di salute. Ora che tutto e’ passato (almeno in parte), ripartiamo con rinnovata lena.

In questi giorni e’ stato celebrato il cinquantenario dello Stato di Israele. Anche in lista c’e’ stato chi ha affrontato l’argomento, segno che l’anniversario non e’ di quelli che lasciano indifferenti. Anche se naturalmente l’aspetto socio-politico ha prevalso in tutte le commemorazioni, agganciando l’evento da un lato alla tragedia della Shoa (come ha fatto la RAI, che giovedi sera ha mandato in onda lo stupendo film di Spielberg Schindler’s list ) e dall’altro alla situazione esplosiva del rapporto con i palestinesi, vi e’ un altro aspetto della questione che mi ha sempre colpito.
Fateci caso: Israele e’ l’unico popolo dell’antichita’ che si e’ conservato inalterato nei secoli. I caratteri fondamentali della sua identita’ sono oggi quelli che erano 2000 anni fa, al tempo in cui gli ebrei furono dispersi per il mondo e impossibilitati a ritornare alla loro terra: la lingua; l’osservanza della Torah (la Legge); la fede nell’unico Dio; la Terra (ha-erets, la terra promessa), costituiscono l’identita’ ebraica oggi come allora. A ben pensarci, la cosa appare quasi incredibile: in Occidente, tutti i popoli hanno subito un’evoluzione, a partire dalla lingua, dai costumi, e cosi’ via,e questo li ha profondamente trasformati rescindendo le loro radici. Al di la’ della retorica del ventennio, ad esempio, cosa unisce gli attuali abitanti di Roma con gli antichi romani? E i greci di oggi, cosa hanno in comune con quelli dell’eta’ di Platone, Sofocle, Pericle? E i francesi con i Galli? Un toscano di oggi puo’ dirsi un antico etrusco? Un ebreo di oggi, anche laico, ha invece molto in comune con i suoi padri antichi: la lingua dei giornali e della televisione, per esempio, e’ quella della Bibbia, quella di 2000 anni fa. Ma anche altri aspetti incidono sulla quotidianita’: ad esempio, la convinzione che la Torah deve informare di se’ gli atteggiamenti privati e sociali. A me e’ capitato, per esempio, di essere ospite di una famiglia ebrea non ortodossa, a Gerusalemme: ebbene, quando dovetti ritornare dopo qualche minuto che me n’ero andato -perche’ mi ero accorto di essermi dimenticato un libro che mi avevano regalato- dovetti rimanere fuori di casa, perche’ i miei ospiti avevano gia’ compiuto le abluzioni di purificazione per aver ospitato un goyim, un non ebreo, in casa. Ed erano non ortodossi (altrimenti, non sarei stato nemmeno loro ospite) …!
L’unico popolo dell’antichita’ che sopravvive, nonostante (o forse: grazie a) le persecuzioni a cui e’ stato sottoposto nei secoli. E questo e’ il quesito che mi tormenta da sempre: vuoi vedere che forse la fedelta’ di Dio e’ veramente eterna?

Tutto cio’, forse, puo’ aiutarci ad interpretare il mistero di Israele, ma anche il nostro futuro nell’Europa. E gia’, perche’ ritengo che vi sia molto in comune.
A parte il fatto che trovo ridicola l’espressione « entrare in Europa » (perche’, quando ce ne siamo allontanati? Smettiamola di essere masochisti, e riconosciamo che gli italiani sono sempre stati e sempre saranno -Euro o non Euro- europei a tutti gli effetti, anzi elemento essenziale dell’identita’ europea), credo che l’Europa non sia e non debba essere solo affare di soldi. Ok, e’ importante: ma non danno senso di appartenenza, coscienza di essere un popolo, identita’. Forse, come Israele, dobbiamo riscoprire le nostre radici, che sono cristiane. Sono queste radici che hanno dato nei secoli linfa alle grandi conquiste del pensiero: la tolleranza, il dialogo, la solidarieta’, il rispetto della persona, i diritti dell’uomo, affondano il loro essere nel pensiero cristiano. Attenzione: e’ vero che spesso la stessa Chiesa ha « dimenticato » queste radici, ma qui siamo di fronte ad una scissione tra realta’ concreta e realta’ ideale. Se la prima non ha sempre espresso coerentemente la seconda, cio’ non vuol dire che il valore di quest’ultima sia da negare! Oggi, ad esempio, e’ unanimemente riconosciuto che senza il cristianesimo neanche la stessa idea di secolarizzazione sarebbe entrata nel nostro orizzonte culturale, dal momento che essa affonda le sue radici nella separazione tra realta’ temporali e realta’ religiose che e’ propria del messaggio evangelico, in quel « Date a Cesare cio’ che e’ di Cesare, e a Dio cio’ che e’ di Dio » . Insomma, un’Europa non dell’Euro, o almeno non solo dell’Euro, ma un’Europa che ritrova le sue radici culturali e spirituali, trovando in esse quello che unisce.

E mi sorge una convinzione: se ritrova la propria unita’ di fondo, nel terzo millennio la vera scoperta, quella che umanizzera’ questo nostro povero mondo travagliato, sara’ proprio la profonda ricchezza e fecondita’ del pensiero giudeo-cristiano!